Regola numero uno: mai fidarsi del cloud computing

18 Febbraio 2009 · Archiviato in Approfondimenti, Networking 

Approfondimenti - Una lente impietosa puntata sui temi caldi, retrospettive appassionate e dettagliate, riflessioni oltre le apparenze Era il 27 agosto del 2007 (il giorno del mio compleanno) allorché il columnist John C. Dvorak metteva in guardia dai rischi del “cloud computing”, il “software come servizio”, il “Web 3.0″ e le tante sigle che si susseguono in questi anni per tentare di catturare l’attenzione del pubblico e spacciare per nuova quella che è la più arcaica architettura di computing mai esistita.

Allora Dvorak usò come spunto il crash dei server per l’autenticazione di Microsoft Windows con il tool Windows Genuine Advantage (WGA), un crash che avrebbe potuto avere conseguenze catastrofiche su una quantità enorme di sistemi. Nonostante il tempo trascorso, purtroppo, quelle conseguenze potenziali continuano a pendere come una spada di Damocle su tutti gli sprovveduti che abbracciano acriticamente (e sovente entusiasticamente) la stragrande maggioranza dei servizi basati sul web pensati come sostituiti delle corrispondenti applicazioni da far girare in locale.

In questi mesi e anni, infatti, la situazione non ha fatto altro che peggiorare, e l’aumento della base di utenza della galassia multiforme del cloud computing ha evidenziato la totale inaffidabilità di Internet, così com’è stata concepita negli anni sessanta, come la piattaforma base su cui ospitare in modo permanente applicazioni, dati e più in generale la vita digitale di utenti, aziende e organizzazioni variamente assortite.

Internet è inaffidabile, transiente, impermanente per definizione, e la dimostrazione più limpida di tale dato di fatto viene proprio dal comportamento di una corporazione, Google, che ha fatto del networking e della rete mondiale il fondamento del suo enorme business pubblicitario e della sua stessa esistenza. Una serie di eventi raccolti in pochi giorni serve da chiaro campanello d’allarme sull’eccesso di hype che dal cloud computing potrebbe portare dritto a una nuova crisi dell’IT, esplosiva ora più che mai con l’economia in piena recessione.

Cloud computing

Gli abusi e le inadeguatezze di Google

Mountain View sta spendendo molte delle sue energie sulla convergenza tra applicazioni remote ed ecosistema digitale di utenti e aziende, e proprio nei giorni in cui i server Microsoft andavano in crash il CEO Eric Schmidt evangelizzava la folla del Seoul Digital Forum parlando amabilmente del nuovo mondo digitale del cloud computing, o “Web 3.0″ come suggerito dal pubblico, di un modello infrastrutturale “molto diverso dall’era dei mainframe, molto diverso dall’attuale industria dei PC“.

Nel modello ipotizzato da Schmidt le applicazioni girano su ogni dispositivo, attraverso un thin client o all’interno di in un browser web, sono veloci, sicure, affidabili, risolvono problemi e facilitano la vita agli utenti e alle aziende. Nel mondo interconnesso reale però, qui e adesso, basta un semplice segno di interpunzione di troppo, uno slash (”/”) al posto sbagliato e Google finisce per identificare come potenzialmente dannoso ogni singolo risultato di ogni ricerca condotta attraverso il suo motore di ricerca.

L’incidente, avvenuto il 31 gennaio, è durato solo un’ora e la situazione è tornata alla normalità dopo aver identificato la causa del problema in un semplice errore umano. E se per ipotesi un siffatto errore, sempre possibile perché gli impiegati non sono macchine e prima o poi sbagliano, avesse condizionato non la ricerca sul web ma la suite di produttività Google Documenti & Fogli di Lavoro, rendendo temporaneamente irraggiungibili i progetti delle aziende che già oggi se ne servono come strumento di lavoro a supporto del proprio business? Se le informazioni memorizzate sui server remoti risultassero impossibili da recuperare se non attraverso i servizi malfunzionanti di Google, che fine farebbero i supposti vantaggi di un computing “in the cloud” se questo non fosse nemmeno capace di garantire le più banali funzionalità di accesso come un qualsiasi word processor pensato per lavorare off-line?

Ma ancor più pericolose dell’inaffidabilità di Google sono la sua tendenza ad abusare dei dati degli utenti e l’inadeguatezza del supporto per chi è caduto vittima di una truffa resa possibile dalle falle di sicurezza di un popolare servizio di social networking. Mette i brividi sapere che Mountain View cancelli i post dai blog musicali ospitati sulla piattaforma Blogger, dietro segnalazione di RIAA sulla presunta distribuzione di brani protetti dal copyright e noncurante del fatto che in realtà non stia avvenendo nulla di illegale e il blogger in questione (tale Ryan Spaulding) si stia comportando esattamente come previsto dalla press release speditagli delle etichette discografiche.

Server

A chi come Mark Ghosh ha riposto poi eccessiva fiducia nei servizi di Google è capitato persino qualcosa di peggio, è stato lasciato solo da un servizio di supporto inesistente dopo aver subito un attacco di phishing su Orkut: il portale, uno dei tanti pensati per facilitare i rapporti interpersonali vecchi e nuovi, soffre di enormi problemi di sicurezza, è il bersaglio privilegiato di una sequela senza fine di worm, malware, cracker e cyber-criminali intenzionati a sfruttare a proprio vantaggio le informazioni personali degli utenti.

Ghosh, che dice di gestire una community su Orkut di 25.000 utenti, racconta la storia orribile della compromissione del suo account in seguito all’attacco, gli infruttuosi tentativi di chiedere aiuto a Google e il fatto di essersi sostanzialmente trovato solo con se stesso ad affrontare il problema. “Siamo tutti vittima della falsa speranza che a qualcuno in queste grosse società interessi realmente delle persone che utilizzano i loro prodotti?” si chiede Ghosh, “Il mondo on-line è destinato al fallimento nei fatti o siamo disposti a prendere posizione solo quando la cosa ci coinvolge direttamente?“.

Che fine fanno i dati degli utenti

Google è la società dell’IT che più di tutte, in questi anni, ha propagandato Internet come la soluzione a ogni problema e la risposta a ogni esigenza, e se nemmeno la corporation che ha plasmato la rete a sua immagine e somiglianza riesce a garantire quel livello minimo di affidabilità necessario quando si custodiscono informazioni sensibili, dati personali e professionali allora vuol dire che è l’intero sistema a non funzionare: l’utente perde il controllo sui propri dati, torna alla dipendenza esistente già decenni fa tra client e mainframe centrale e in cambio ottiene zero garanzie, un supporto mediocre (quando va bene) e il rischio concreto di un abuso o della svendita delle suddette informazioni al miglior offerente.

E’ già successo, sta succedendo ancora adesso che il fondatore di Facebook ha annunciato l’intenzione di sfruttare gli oltre 150 milioni di membri di uno dei più grandi servizi di social networking a fini di marketing, creando il più esteso database per le ricerche di mercato del mondo. Offrendo alle società interessate la possibilità di condurre ricerche mirate su una base di utenza fedele e facile da classificare, Mark Zuckerberg ha trovato finalmente il modo per monetizzare Facebook svendendo la privacy e i gusti di chi credeva si trattasse soltanto di una questione di “amici” vecchi e nuovi, foto, interessi condivisi e altre carinerie.

Cavo

Nemmeno un cieco, a questo punto, potrebbe ignorare quale rischio tremendo sia insito nel consegnare le chiavi del proprio mondo digitale a una società mossa dall’unico desiderio di fare business e accumulare denaro. Dietro l’intrigante meme del cloud computing si nasconde la più grande truffa dell’IT dai tempi della bolla speculativa degli ultimi anni ‘90, un fenomeno che pretende di portare l’orologo tecnologico indietro di parecchie decadi (se la rete fa tutto allora la corsa all’upgrade del PC non ha più senso…) e che è destinato a disattendere tutte le promesse di affidabilità, velocità, semplicità e sicurezza sin qui fatte.

Il Web 2.0 è morto, e neanche il cloud computing si sente tanto bene. L’ultimo chiodo sulla bara delle speranze che “in the cloud” si stia molto meglio che off-line è quello del semplice meccanismo psicologico della sopravvivenza, che anima o dovrebbe animare ogni utente, amministratore e CEO consapevoli del fatto che se il provider dell’ecosistema di servizi on-line va in bancarotta, o decide di cancellare l’account per un motivo qualsiasi (magari per un errore umano come successo con Google), i dati, i contenuti e il business svaniscono per sempre. O finiscono all’incanto post-mortem su eBay.

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Commenti

3 Risposte a “Regola numero uno: mai fidarsi del cloud computing”

  1. GiO il 25 Febbraio 2009 01:27

    Sei giorni dopo puoi già dire: “velavevodetto!”

    Mi chiedo se non ce l’hai gufata Alfò?! :P


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  2. Sir Arthur, King of Ghouls'n Ghosts il 25 Febbraio 2009 11:09

    Noo macché, Gugol sa impallarsi benissimo da sola senza il mio aiuto :-D

    E siamo solo all’inizio, alla punta di un iceberg. Visto che ora non ci sono più soldi da spendere in cazzate come le appliance on-line massive per milioni di utenti, io vaticinerei un bello scoppio della bolla del cloud computing in vista da qui a poco tempo, l’abbandono dello sviluppo di Azure da parte di Microsoft e l’ulteriore ridimensionamento delle pretese di conquista ti monto da parte di Gugol….

    Se sono furbi, almeno, poi i coglioni governano il mondo e quindi sono liberissimi di bruciare miliardi di euro in (quasi) nulla :-D


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  3. Roby il 30 Settembre 2009 19:41

    Hai pienamente ragione, è un tornare indietro con tutte le conseguenze di cui hai parlato. Se è fallito il modello Application Service Provider, fallirà anche il cloud che è praticamente la stessa cosa. Forse se ne potrà riparlare tra 20-30 anni con una rete più veloce ed affidabile e con sistemi migliori.


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