L’antipirateria è un pessimo affare

6 Ottobre 2015 · Archiviato in Diritti Civili & Digitali, Notizie 
Questo articolo è parte della serie L'industria contro il P2P

Notizie - Una carrellata di notizie fresche e di qualità, dentro e fuori dal Web Dopo aver passato anni a trasformare la pirateria in un affare di stato e in un’opportunità di business per i parassiti del copyright, le major dell’audiovisivo devono ora fare i conti con una realtà sempre più evidente: combattere la condivisione dei contenuti digitali on-line, sul Web e sulle reti di P2P non sortisce alcun effetto positivo. A dirlo non sono gli attivisti della condivisione ma un corpus di ricerche “ufficiali” dalle dimensioni in continua crescita. La risposta dell’industria? Ancora più anti-pirateria, ancora più denunce e ancora più anni di galera per i trasgressori.

Tutto considerato, sostiene uno studio pubblicato alcuni mesi fa dal Joint Research Centre dell’Unione Europea, la chiusura dei siti “pirata” molto popolari non porta a nulla se non a spese inutili e alla comparsa del cosiddetto effetto Idra: eliminato un player di alto profilo, subito appaiono nuovi piccoli contendenti molto più difficili da debellare. Un altro studio realizzato dall’Università di Padova ha evidenziato invece la comparsa dell’effetto Streisand, vale a dire l’esplosione di popolarità dei siti presi di mira dalle autorità (nel caso specifico l’AGCOM).

Ci sarebbe di che riflettere, se solo i padroni dell’industria dei contenuti dimostrassero di avere un pò di buon senso; e invece l’industria segue imperterrita una strategia anti-pirata sempre più incattivita e costosa, braccando i domini di The Pirate Bay mentre le multe stabilite alla fine del processo ai suoi fondatori continuano a restare inevase, accusando BitTorrent Inc. di favorire la pirateria (RIAA) con conseguente risposta piccata da parte della società americana, pretendendo di sbattere i “pirati” in galera per 10 anni e arrestando gli uploader più prolifici (UK), rinnovando l’accordo per il programma di avvisi del Copyright Alert System negli USA nonostante i modestissimi risultati raggiunti in cinque anni dal programma HADOPI (o three strike law/dottrina Sarkozy) in Francia.

Un messaggio da Rightscorp

Si, Rightscorp, come ti pare…

In effetti, più che il buon senso, i piccoli e grandi lord del copyright manifestano spesso comportamenti ossessivi al limite del patologico: negli USA, uno sfortunato utente di Comcast si è visto recapitare 112 diverse notifiche di rimozione - per la discografia della band Dog Fashion Disco condivisa su BitTorrent - in appena 48 ore, mentre migliaia di IP-spia tengono sotto controllo la componente server-less del succitato network di P2P (DHT) e i siti di torrent mettono al bando i servizi VPN a causa dell’abuso da parte delle organizzazioni anti-pirata.

Parlando di casi patologici, una menzione d’onore va obbligatoriamente fatta per Rightscorp: l’azienda che voleva raccogliere milioni estorcendo denaro agli utenti del file sharing deve far fronte a un passivo di 1,72 milioni di dollari, e si inventa nuovi, improbabili “scudi” contro lo streaming P2P di Popcorn Time nel tentativo di far fiorire un business che è nato già morto. Gli utenti non cedono alle minacce e cominciano a condividere anche i contenuti in Ultra HD/4K, mentre il programmatore del motore di ricerca torrent noto come Strike è al lavoro su Aurous, un nuovo software che vuole fare per la musica quello che Popcorn Time ha fatto per il cinema.

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