Storie horror dal pianeta cloud computing

5 Marzo 2015 · Archiviato in Approfondimenti, Networking 

Approfondimenti - Una lente impietosa puntata sui temi caldi, retrospettive appassionate e dettagliate, riflessioni oltre le apparenze Il cloud computing è una truffa, una sequela infinita di bugie, promesse tecnicamente impossibili da mantenere e malfunzionamenti che puntualmente buttano giù servizi descritti dal marketing come sempre attivi e disponibili per le esigenze di utenti e aziende. Eppure le pecore telematiche continuano ad abbeverarsi all’acqua tossica del cloud, e le corporation di settore non si stancano mai di fare promesse sempre più mirabolanti sulle mitiche funzionalità dei sistemi controllati da remoto.

Se le corporation continuano a offrire servizi Internet-dipendenti agli utenti, il sottoscritto non si stanca di tenere traccia della disastrosa realtà oggettiva delle piattaforme cloud. Val la pena ricordare a chi affida i propri dati ai servizi di storage remoto che le aziende possono modificare file che si pensavano privati inserendo metadati o altre informazioni a loro piacimento; nel caso di Microsoft OneDrive tali modifiche sono un fatto, non una semplice opinione.

La corporation di Redmond, che ora si autodefinisce “mobile e cloud prima di tutto”, si prende la libertà di monitorare gli account OneDrive per bloccarli temporaneamente in caso di attività “inappropriate” secondo il codice di condotta e i termini del servizio; Microsoft si arroga il diritto di decidere se l’utente può o non può avere accesso ai propri dati, e in cambio offre servizi cloud che durante tutto il 2014 hanno sperimentato ogni genere di disservizio sulla produttività ad abbonamento di Office 365, lo sviluppo software di Visual Studio Online e il computing remoto di Azure.

Alla promessa non mantenuta della disponibilità always-on, Microsoft ha recentemente aggiunto l’implementazione di uno standard ISO per “un approccio uniforme e internazionale alla protezione della privacy per i dati personali archiviati nel cloud“. Una barzelletta che non fa ridere, in pratica, perché come ha detto Sir Tim Berners-Lee l’unico soggetto che ha a cuore i dati personali è la persona che li ha generati e non certo le aziende che si offrono di intrappolare tali dati nella gabbia on-line del cloud. Una gabbia che fa durare i dati aziendali in eterno, come la policy aggiornata di Exchange Online comanda, così le aziende possono dire addio alla “protezione della privacy” per i loro dati nel cloud.

Death Cloud

Benvenuto sul Cloud, preparati a morire

La promessa della sicurezza? Un’altra barzelletta talmente divertente da ispirare il suicidio: i server di Amazon Web Services favoriscono la proliferazione di attacchi di tipo denial-of-service, e Dropbox, il servizio di cloud storage che Edward Snowden ha descritto come “ostile alla privacy” e che ogni tanto cancella i file degli utenti “per sbaglio”, è il nascondiglio perfetto per i server di comando&controllo del malware anti-governativo. Il falso senso di sicurezza del cloud miete periodicamente le sue vittime tra le celebrità in vena di selfie erotici, e anche i minorenni che credono alla bufala delle foto che si autocancellano su SnapChat sono un bel gregge pieno di pecore pronte a essere tosate.

Per avere un’idea delle conseguenze devastanti che il cloud computing può avere sulla vita delle persone basta farsi un giro nel tunnel degli orrori dell’enorme breccia aperta dai cracker nei server di Sony Pictures, mentre gli effetti del cloud sul lavoro di tutti i giorni non potrebbero essere più evidenti di quelli sperimentati dagli abbonati alla piattaforma Creative Cloud di Adobe: nel maggio del 2014 un malfunzionamento al servizio di autenticazione ha impedito a parecchi sviluppatori, artisti e designer di usare i tool della suite Internet-dipendente, un disservizio che è durato più di un giorno impedendo ai clienti paganti di Adobe di guadagnarsi il pane.

Il clamoroso disservizio di Creative Cloud ha evidenziato ancora una volta qual è il vero significato dell’espressione “cloud computing”, vale a dire un sistema di calcolo esterno che puoi usare solo finché qualcuno te ne da il permesso. Quando poi non ci sono più soldi per mantenere i server on-line come nel caso di Fotopedia, i dati archiviati dagli utenti spariscono per sempre e si portano irrimediabilmente via il lavoro di una vita. La speranza, come sempre, è che il cloud collassi sotto il peso della sua stessa insostenibilità a causa delle aziende che si fanno una concorrenza spietata sui prezzi e al numero di server che si moltiplica senza controllo.

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