La campagna di terrore dell’industria contro il P2P

27 Febbraio 2015 · Archiviato in Approfondimenti, Diritti Civili & Digitali 
Questo articolo è parte della serie L'industria contro il P2P

Approfondimenti - Una lente impietosa puntata sui temi caldi, retrospettive appassionate e dettagliate, riflessioni oltre le apparenze Istantanee aggiornate dalla guerra perenne dell’industria del copyright contro la condivisione di file tramite reti di peer-to-peer: le cosiddette “risposte graduali” per rieducare i pirati non funzionano, non servono a niente e costano un casino di soldi? Meglio spendere ancora più soldi; The Pirate Bay (TPB) è il male assoluto e va abbattuta a ogni costo? La Baia svedese continua a risorgere dalle proprie ceneri nonostante i raid della polizia, le polemiche e le difficoltà nella gestione del traffico. Questo e altro nel nuovo episodio della serie che tiene traccia dei tentativi infruttuosi delle lobby di eliminare un fenomeno che nessuno è mai stato in grado di controllare.

Gli avvisi anti-pirateria del famigerato Copyright Alert System (CAS) statunitense non hanno avuto alcun effetto nella diminuzione del traffico P2P, e questo è un fatto già noto da tempo. I “sei strike” sono talmente inutili che persino l’associazione delle major hollywoodiane (MPAA) ammette l’inefficacia del programma nell’influenzare in maniera significativa la condivisione di contenuti. L’industria chiede più soldi per continuare a finanziare il sistema e ha incrementato ulteriormente il numero di avvisi spediti agli utenti americani, sebbene il P2P dovrebbe rappresentare solo una priorità di medio livello nel più ampio schema di contrasto globale alla pirateria su Internet.

Priorità a parte, quando si parla di P2P nei pensieri delle major c’è sempre e comunque The Pirate Bay: il motore di ricerca per la condivisione su rete BitTorrent viene costantemente segnalato alle autorità statunitensi come sito canaglia, e le etichette discografiche (RIAA) non temono di sfidare il senso del ridicolo definendo la Baia un assalto al genere umano e una “appropriazione indebita di diritti umani fondamentali“. Alla fine del 2014 TPB è stato buttato giù da un raid della polizia svedese in un bunker anti-atomico convertito in data center, ma sono bastate poche settimane perché il sito tornasse on-line.

Piratando

Negli ultimi anni il servizio è cambiato radicalmente e ora è un sistema distribuito con hosting su server virtuali, una configurazione che magari non impedisce le disconnessioni forzate ma permette la riattivazione in tempi relativamente brevi. Non che l’assenza (breve) di The Pirate Bay abbia avuto effetti negativi misurabili sul traffico BitTorrent, o che l’attuale gestione del servizio abbia qualcosa in comune con lo spirito dei fondatori e degli admin originali; a ogni modo, dopo il ritorno on-line la Baia deve fare i conti con una connettività intermittente, la continua ricerca di un hosting stabile, difficoltà nella gestione dello spam e indisponibilità periodica.

Una notizia positiva (per gli utenti del P2P) arriva da Rightscorp, la società che voleva trasformare l’anti-pirateria in un business e si è ora gioiosamente incamminata sulla strada della bancarotta. Il futuro del file sharing appare per questo meno cupo? Niente affatto, perché l’industria ha intenzione di continuare a censurare (inutilmente) i domini dei siti di torrent più popolari come KickassTorrents, ad arrestare gli admin e ad accusare paesi come il Canada di lassismo nei confronti della pirateria.

I sei strike non funzionano quindi l’Australia è già pronta ad adottare un sistema a tre avvisi per educare gli utenti sull’importanza delle sacre leggi del copyright, mentre sulla piattaforma di blogging Tumblr non è più permesso parlare di torrent. Quando gli stupidi sono al comando, l’anti-pirateria è necessaria anche se non serve assolutamente a niente. I miei più sinceri auguri di buona fortuna, amici dell’industria.

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