Il cloud computing nella società della sorveglianza

10 Novembre 2013 · Archiviato in Approfondimenti, Networking 

Approfondimenti - Una lente impietosa puntata sui temi caldi, retrospettive appassionate e dettagliate, riflessioni oltre le apparenze Il cloud computing è un inferno digitale che brucia dati, sicurezza, affidabilità e privacy di utenti e aziende, un cancro tecnologico che nel breve volgere di un’estate ha dato nuova prova del fatto che il peggio, per i folli disposti a legarsi mani e piedi al sistema di potere feudale dei nuovi Signori digitali, deve ancora venire. E’ importante dunque tenere traccia costante degli incidenti, delle promesse non mantenute, delle innumerevoli violazioni della privacy e delle pure e semplici bugie che le corporation senza scrupoli provano costantemente a spacciare per il futuro di qualsiasi cosa. Il futuro, on-line, ha la data di scadenza e funziona a intermittenza.

Partiamo dall’affidabilità, una caratteristica che i servizi always-on danno per scontata quando si tratta di vendere una sottoscrizione all’utente: si tratta della prima, colossale bugia propagandata dai player del mercato “cloud”, e nei pochi mesi trascorsi dall’ultimo post sull’argomento sono risultati parzialmente inutilizzabili i servizi telematici di Microsoft - con tanto di disservizio mondiale alla piattaforma Windows Azure dovuto al solito update andato male - e quelli di Salesforce.com, Amazon è sparita dalla rete per un pò e così hanno fatto i siti che girano su AWS (Amazon Web Services) o quelli che hanno avuto la sfortuna di essere ospitati nel data center US-EAST-1 di Amazon nella Virginia settentrionale.

Persino Google, il colosso dell’advertising telematico che spinge sull’adozione di soluzioni cloud più di chiunque altro, non riesce a consegnare le e-mail in tempo o finisce off-line per qualche minuto portandosi dietro il 40% dell’interno traffico Internet mondiale. Tre milioni di zeloti utenti di Apple saranno probabilmente andati nel panico quando la piattaforma iCloud è diventata inaccessibile alla fine di agosto, impedendo l’accesso a foto, documenti e messaggistica istantanea con allegati. La promessa del “semplicemente funziona” è finita off-line assieme a iCloud.

Piccole interruzioni, disservizi fastidiosi ma sopportabili nel grande schema delle cose di rete? Forse, ma è certamente meno sopportabile - da un punto di vista economico - se lo store on-line di videogiochi in formato digitale per console Xbox 360 (Xbox Live Arcade) viene colpito da un “glitch tecnico” che fa sparire detti videogiochi dalla lista di titoli acquistabili dagli utenti. Sono ancora tutte da valutare, poi, le conseguenze complessive della chiusura di Games For Windows Live decisa da Microsoft: da qui al prossimo 1 luglio 2014 spariranno salvataggi on-line, modalità multiplayer e server di autenticazione di un nutrito gruppo di giochi per PC, e non tutti i publisher saranno così sensibili da rilasciare una patch in grado di eliminare la dipendenza dall’ennesimo servizio cloud che doveva durare in eterno e invece è morto pochi anni dopo essere comparso on-line.

La presunta sicurezza del cloud computing, poi, è una barzelletta che non fa più nemmeno ridere: Google Docs si è trasformato in pianta stabile nello strumento prediletto dai cyber-criminali per condurre attacchi via phishing, e che dire del capolavoro di Adobe Systems, l’azienda che ha voluto blindare i suoi popolari tool di design, fotoritocco e sviluppo dietro meccanismi di abbonamento telematico modello software-as-a-service (SAAS) sulla piattaforma Creative Cloud? La corporation statunitense ci ha guadagnato una breccia nella sicurezza epocale con il furto di credenziali di accesso di 38 milioni di utenti e la compromissione del codice sorgente di Photoshop. Un’autentica storia di successo del cloud computing, non c’è che dire.

Solo una fantasia?

Ma l’aspetto più inquietante della propaganda pro-cloud è indubbiamente l’assoluta mancanza di riservatezza on-line emersa dal dipanarsi dello scandalo Datagate: le rivelazioni dell’ex-analista della CIA Edward Snowden sulle attività della Nationa Security Agency (NSA) hanno svelato l’esistenza di un apparato di spionaggio dalle dimensioni mostruose, un sistema di sorveglianza globale che con la ridicola scusa del terrorismo anti-americano si avvicina al controllo totalitario più di quanto George Orwell avesse mai potuto immaginare.

L’intelligence statunitense ha trasformato Internet in uno strumento di controllo rompendo il rapporto di fiducia esistente tra utenti, aziende tecnologiche e autorità governative, attaccando e crackando parzialmente i protocolli di sicurezza usati per le transazioni e le comunicazioni di rete più delicate, estendendo i suoi tentacoli sempre in ascolto fino alle backbone della rete telematica e mettendo sotto controllo costante chiunque usi un mezzo di comunicazione elettronica o una qualsiasi piattaforma cloud.

Nell’era post-Datagate nessuno si può più dire al sicuro dal tecnocontrollo, non lo è chi usa software open source né i leader mondiali e tanto meno lo sono le grandi corporation tecnologiche (Google, Yahoo! e molti altri) che usano canali in fibra ottica dedicati per trasferire dati attraverso i propri data center. Quei canali sono sotto il controllo della NSA, naturalmente, e pessime notizie attendono chi sperava di migrare sui server europei per trovare rifugio lontano dalle tecno-spie telematiche statunitensi.

Il mondo digitale è dunque destinato ad andare definitivamente in vacca, cioè in cloud? Per adesso la flebile speranza di un percorso alternativo esiste ancora, Electronic Arts ha fornito rassicurazioni sulla natura off-line di un blockbuster videoludico annunciato del calibro di The Sims 4 e le rivelazioni di Snowden evidenziano i non pochi problemi con cui le spie della NSA devono fare i conti quando provano a bypassare le tecnologie di sicurezza integrate nella darknet di Tor.

Lo scandalo del Datagate potrebbe danneggiare in maniera sensibile gli interessi delle corporation (USA) in ambito cloud computing, o magari il cloud potrebbe semplicemente collassare sotto il peso di investimenti e spese che non hanno ancora prodotto ricavi per nessuno. Utenti e aziende possono ancora scegliere se fidarsi delle ridicole promesse di Google, attendendo pazientemente di essere stritolati nel momento in cui qualcosa va storto negli ingranaggi impietosi degli inaffidabili server cloud - chiedere a Dan Tynan per conferma - oppure se essere consapevoli del fatto che Internet non è una “piattaforma di computing” ma solo una serie di stupidi tubi, parzialmente e miracolosamente in grado di connettersi l’uno all’altro, attraverso cui passano dati e informazioni digitali. E dove tutti sono in ascolto.

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