La guerra sporca contro il file sharing

3 Ottobre 2013 · Archiviato in Approfondimenti, Diritti Civili & Digitali 
Questo articolo è parte della serie L'industria contro il P2P

Approfondimenti - Una lente impietosa puntata sui temi caldi, retrospettive appassionate e dettagliate, riflessioni oltre le apparenze Sono passati più di quattro anni dall’ultima volta in cui Sir Arthur’s Den si è occupato di guerra alla “pirateria” digitale sulle reti di P2P, e in questi pochi anni lo scontro fra l’industria dei contenuti, gli utenti e i promotori della condivisione gratuita dei suddetti contenuti non ha fatto che peggiorare. La lobby congiunta di MAFIAA (fusione ideale e spaventosa di RIAA ed MPAA) ha fatto del suo peggio chiedendo risarcimenti economici mostruosi, sbattendo in galera i releaser e provando ad affermare l’idea che il “crimine” contro il copyright non paga più.

Io sono la Legge (del Copyright)

Prendendo in considerazione quanto successo durante l’ultimo anno o poco più, l’attività frenetica di RIAA (Recording Industry Association of America) nella lotta alla pirateria digitale non lascia adito a dubbi: anche se i fondi forniti dalle etichette discografiche sono crollati, anche se i rapporti confidenziali dell’organizzazione classificano il P2P come un fenomeno di secondo o terzo piano rispetto al più ampio problema della pirateria musicale, quando la lobby delle major becca qualcuno a condividere file protetti dal copyright on-line fa calare la mannaia della inflessibile giustizia a stelle e strisce del Copyright Act.

La mannaia di RIAA è scattata inevitabile e fragorosa su Jammie Thomas-Rasset, la donna del Minnesota protagonista del primo caso di pirateria digitale (Capitol v. Thomas) mai approdato davanti a una giuria nei tribunali americani. Dopo oltre 5 anni di processi, appelli e multe fuori scala, il caso si è chiuso all’uscio della Corte Suprema: la massima istituzione giudiziaria degli USA si è rifiutata di ascoltare le lamentazioni di Thomas-Rasset sulla incostituzionalità di una multa di 222.000 dollari per la condivisione di 24 brani di musica pop su Kazaa, stabilendo che ripagare ogni singola canzone con una somma pari a 10.000 volte il costo corrente dei file è perfettamente in linea con i principi costituzionali della democrazia americana.

MAFIAA

Il diniego della Corte Suprema avrà certamente fatto piacere all’amministrazione Obama che si era mossa per difendere i precedenti verdetti delle corti federali, e ora Jammie Thomas-Rasset non ha molte alternative davanti a se: o paga RIAA, o finisce in bancarotta. Una terza possibilità, vale a dire quella fare propaganda anti-P2P per l’organizzazione delle major e ricevere così uno sconto sulla multa, è stata apparentemente esclusa dalla diretta interessata.

Una condanna ancora più pesante è arrivata questa estate per Joel Tenenbaum, un’altra sfortunata vittima della crociata di RIAA contro gli utenti del file sharing nel caso Sony BMG v. Tenenbaum: anche il giovane studente di Boston si era rivolto alla Corte Suprema per contestare l’incostituzionalità di una multa di 675.000 dollari per 30 brani musicali condivisi su Kazaa, e anche nel suo caso la corte ha riaffermato la validità di un verdetto che è stato infine sigillato dalla recente decisione della First Circuit Court of Appeals. Joel Tenenbaum dovrà pagare, ha stabilito la corte, perché una somma di $22.500 per file è perfettamente in linea con il sistema giudiziario della Grande Democrazia Americana.

Non che le cose fuori dagli Stati Uniti vadano molto meglio, quando si tratta di affermare il principio che nessuno è al sicuro dalla Polizia del Copyright On-line: in Finlandia, per esempio, la lobby anti-pirata del CIAPC non si fa problemi a sequestrare il laptop di una bambina di 9 anni per il download di un brano della cantante Chisu. Al padre della bambina - titolare della connessione Internet da cui era stato perpetrato l’orrendo crimine a mezzo download - era stata offerta una compensazione in stile mafioso di 600 euro, e alla fine la vicenda si è conclusa con il pagamento di metà della somma richiesta dalle major.

Se il contrasto alla pirateria musicale da parte di RIAA è inesorabile, l’azione di MPAA (Motion Picture Association of America) riesce a fare persino peggio sul fronte delle pene richieste per chi condivide e distribuisce on-line le produzioni cinematografiche degli studios hollywoodiani: un uomo dello stato americano del Maryland è stato condannato al pagamento di 1,5 milioni di dollari di “danni” dopo aver condiviso 7 film per adulti su BitTorrent, mentre i membri del noto gruppo di release su BitTorrent IMAGiNE dovranno scontare 23 mesi, 40 mesi o addirittura 5 anni di prigione.

L’attività di IMAGiNE è stata smantellata dall’FBI nel 2011 dopo un’indagine della MPAA, e un altro caso aperto dall’organizzazione anni or sono potrebbe raggiungere vette di assurdo economico degne di un racconto di fantascienza: il motore di ricerca BitTorrent isoHunt ha perso la sua battaglia legale contro la lobby di Hollywood, e ora MPAA pretende il pagamento di 750 milioni di dollari per l’infrazione del copyright su 5.000 film. Il nuovo processo potrebbe in sostanza segnare la condanna a vita per il fondatore di isoHunt Gary Fung, visto che i legali dell’organizzazione promettono di non dare tregua all’imprenditore canadese nel tentativo di raccogliere la maggior compensazione possibile.

Censura e minacce

Casi clamorosi come quello di Jammie Thomas e Joel Tenenbaum sono però destinati a non ripetersi in futuro, visto che l’industria dei contenuti ha cambiato radicalmente strategia e invece di trascinare gli utenti finali in tribunale è ora intenzionata a colpire gli intermediari della pirateria on-line. Uno dei (nuovi) strumenti prediletti dalle major per contrastare il download a scrocco è il blocco dell’accesso ai siti web “pirata” tramite ordini giudiziari, con il succitato isoHunt a fare ancora una volta da esempio in Italia a seguito dell’intervento di FIMI (Federazione Industria Musicale Italiana).

Il portale di Gary Fung è solo l’ultima vittima di un’attività censoria molto popolare presso i tribunali italiani, mentre nel Regno Unito MPA (il braccio internazionale di MPAA) e la autoctona FACT (Federation Against Copyright Theft) obbligano gli ISP a censurare i siti proxy utili ad accedere ai portali di torrent televisivi. In Germania le autorità (e Universal Music Group) hanno fatto fuori H33t - che però contrattacca - mentre dove non arriva la censura bastano le minacce a far capitolare il noto tracker privato di retrogaming Underground Gamer.

Lo staff di Underground Gamer promette ai suoi utenti - sottoscritto incluso - di tornare a nuova vita, ma l’azione censoria dell’industria dell’anti-pirateria ha mille tentacoli e il più grosso e più frequentemente usato di questi si chiama DMCA (Digital Millennium Copyright Act): lo strumento delle “takedown request” previsto dalla suddetta legge americana obbliga Google a bloccare decine di milioni di URL “illegali” dietro esplicita richiesta di RIAA, BPI (British Recording Music Industry) e altri, anche se il colosso dell’advertising si è sin qui rifiutato di rimuovere completamente i siti “pirata” dai risultati delle ricerche web e la homepage di The Pirate Bay come invece voleva BPI.

RIAA is

Le takedown request spedite in rappresentanza delle grandi corporation sono spesso piene di errori dalle conseguenze imbarazzanti, nondimeno Google continua a dare ascolto ai voleri delle major aggiustando i propri algoritmi software come recentemente confermato da un anonimo “G-man”. Eppure tutto questo basta, per RIAA la collaborazione di Mountain View in funzione anti-pirata non è mai abbastanza e il CEO dell’organizzazione Cary Sherman invoca l’installazione di filtri nei browser, il blocco dei pagamenti e più in generale una censura ancora più estesa a tutti i livelli contro i siti promotori di contenuti “illegali”.

Per MPAA Google deve rendersi conto della propria “responsabilità” nella promozione (involontaria) dei suddetti contenuti pirata presso gli utenti, e la corporation deve quindi “aumentare gli sforzi nel proteggere creatori e innovatori dal furto dei propri contenuti per la distribuzione di massa non autorizzata né compensata“. Tutto considerato, il risultato finale degli sforzi censori dell’industria - e delle paranoie da tecnocontrollo cloud della NSA - è un interesse crescente degli utenti finali per i provider di soluzioni VPN.

  1. Condannati e censurati
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