Le tante bugie del cloud computing

10 Luglio 2013 · Archiviato in Approfondimenti, Networking 

Approfondimenti - Una lente impietosa puntata sui temi caldi, retrospettive appassionate e dettagliate, riflessioni oltre le apparenze A più di quattro anni di distanza dal post con cui questo blog provava a evidenziare il lato oscuro di quella cosa vacua e senza senso nascosta dietro la dicitura di “cloud computing”, credo sia ora venuto il momento di ritornare sulla questione con un elenco ragionato degli orrori più recenti e significativi caduti giù dal cielo dei server telematici. I servizi di classe “mainframe 3.0″ promettono tanto, mantengono pochissimo e non danno alcuna garanzia su nulla. O per dirla con il co-fondatore di Apple Steve Wozniak, vendere i propri diritti di possesso su software, dati e prodotti è la prima pietra della strada che porta all’inferno digitale.

Il cloud è affidabile

Per trasformare in realtà le sue tante, meravigliose speranze così appassionatamente descritte dai nuovi santoni della tecnologia (uno su tutti, Ray “Singularity” Kurzweil), il cloud computing deve prima di tutto essere affidabile, sempre presente e disponibile per gli utenti in qualsiasi momento del giorno e della notte. Se questa è la premessa indispensabile, il mainframe computing 2.0 è già fallito in partenza se basta un semplice tweak spedito ai router di un’importante società di intermediazione e caching telematico come CloudFlare per far “sparire” da Internet i siti e i servizi che ne fanno uso.

Nemmeno i maggiori player del mercato come Microsoft sono in grado di garantire che un banale servizio di webmail e posta elettronica sia sempre disponibile, per non parlare di Google e del suo servizio Drive - “hard disk virtuale” che Mountain View ha trasformato nel centro universale per lo storage cloud di tutti i dati dei suoi utenti - che nei periodi di indisponibilità si trascina dietro e-mail, “app” e tutto il resto. Netflix vuole essere il re dello streaming video, ma al momento è soprattutto il re dei disservizi durante le festività di Natale o in un giorno qualsiasi della settimana.

Il cloud è sicurezza e riservatezza

Se non può essere affidabile, il cloud computing è almeno sicuro contro il codice malevolo e nella difesa della riservatezza dei dati degli utenti/clienti, giusto? Sbagliato: Google Docs è il mezzo ideale per condurre campagne di phishing contro gli account dell’Università di Oxford, e i servizi telematici che i grandi publisher videoludici come Ubisoft impongono agli utenti vengono regolarmente bucati da ignoti cracker con tanto di accesso illegale ai database degli account.

In quanto alla riservatezza, associare la parola “privacy” al cloud computing è un pò come dire che il bianco è colorato di nero: Microsoft (e tutti gli altri) scansionano i dati immagazzinati dagli utenti sui servizi di cloud storage, e anche se la ricerca di materiale pedopornografico può sembrare una giustificazione più che valida è altrettanto evidente il fatto che qualsiasi cosa finisca on-line cessa di essere privata. E dello scandalo noto come “Datagate” che sta infiammando l’intero pianeta dal 6 giugno in avanti, ne vogliamo parlare?

Le rivelazioni dell’ex-agente della CIA Edward Snowden su PRISM e gli altri mille tentacoli dell’intelligence USA descrivono un mondo telematico in cui la National Security Agency (NSA) e le altre agenzie federali hanno accesso diretto ai server delle grandi aziende (Microsoft, Google, Yahoo!, Apple, chiunque) e possono spiare liberamente e-mail, audio, video, foto e qualsiasi altro genere di dati (incluse le comunicazioni via Skype), e se l’accesso ai server non basta l’intelligence non ha alcun problema a intercettare il traffico di rete direttamente sulle backbone in fibra ottica tramite sonde e apparati collegati alle infrastrutture.

Edward Snowden, un eroe dei nostri tempi

Il presidente Barack Obama difende il programma di sorveglianza globale della NSA confermandone autorevolmente l’esistenza, mentre ulteriori documenti forniti da Snowden - che ora è alla disperata ricerca di un impossibile asilo politico in grado di garantire la sua sicurezza personale e i suoi diritti contro la nazione più guerrafondaia, potente e influente mai esistita nella storia della società umana - confermano che lo spionaggio a danno dei cittadini è una pratica adottata anche in altre nazioni (UK, Francia) formalmente note come democratiche.

Il cloud è permanente

Gli utenti persi nel cloud hanno svenduto la propria vita digitale per servizi inaffidabili e sottoposti al controllo totale e ossessivo dei servizi segreti gestiti da governi e politici finanziati dalle lobby economiche, ma in cambio hanno almeno ottenuto la garanzia del fatto che le nuvole telematiche saranno sempre lì per loro e le loro esigenze di intrattenimento e comunicazione, giusto? Sbagliato ancora una volta: Electronic Arts, uno dei maggiori publisher videoludici al mondo, ha la tendenza a chiudere i server on-line per i suoi giochi dopo appena due anni dalla release.

L’obiettivo dei publisher è naturalmente quello di vendere servizi di cloud gaming sempre nuovi, ma la prospettiva per i giocatori è di investire denaro in qualcosa che ha una scadenza prefissata oltre la quale il mondo di gioco cesserà di esistere per sempre. Ogni singola corporation impegnata nel cloud computing ha lo stesso obiettivo, così Dropbox acquisisce un sistema di aggregazione per foto e subito dopo ne decide la chiusura e la cancellazione dei file degli utenti dopo il prossimo 24 luglio.

Una sorte ancora più tragica spetta a chi consegna tutto se stesso a Google, la Bestia telematica che ha fagocitato la vita digitale di uno sfortunato utente bloccando il suo account e impedendogli l’accesso a posta elettronica, calendario, contatti e documenti personali a causa di un singolo file giudicato non consono ai termini di servizio dell’azienda. Google non si assume alcuna responsabilità effettiva in merito ai dati degli utenti, racconta la vittima del Moloch di Mountain View, così come non ha alcun interesse a mantenere in vita servizi essenziali per una certa tipologia di utenza come Google Reader.

Una decisione che ha fatto parlare e farà parlare di se a lungo, quella della chiusura del feed reader più popolare al mondo: Google ha giustificato la sua mossa parlando di declino nell’uso del tool, una giustificazione che stona con l’esplosione di popolarità dei servizi alternativi in seguito all’annuncio di Mountain View. Reader si unisce alla lunga lista di prodotti soppressi da Google, un cimitero del cloud computing dove gli utenti possono lasciare un fiore sulle tombe dei singoli servizi e che già è pronto ad accogliere la bara del futuro cadavere di Google Glass.

Cloud computing

Una tipica esperienza utente nel cloud computing

La verità è che Reader non serviva più all’obiettivo principale di Google, vale a dire catturare nella sua gabbia cloud un maggior numero di utenti rispetto alla concorrenza e continuare a godere della sua posizione di monopolio in rete eliminando gli strumenti basati su standard web aperti come i feed RSS. L’essenza del cloud computing consiste nel trasformare l’utente in un ostaggio, un processo che qualcuno ha molto efficacemente sintetizzato parlando di capitalismo che “sta provando ad abolire la proprietà privata” e che il succitato Steve Wozniak ha paragonato al regime comunista della Russia sovietica.

Il cloud è il futuro?

Le aziende interessate ad abolire la proprietà privata dei contenuti digitali non mancano occasione di sottolineare che il futuro è nel cloud, o in quello che Bruce Schneier definisce un modello di gestione feudale dei diritti, della sicurezza e dei dati degli utenti dove le corporation sono i Signori feudali e gli utenti sono “i loro vassalli, contadini e servi della gleba“. Ma il futuro non è scritto: Netflix vuole “offrire il miglior servizio di streaming per film e show televisivi” ma cancella migliaia di titoli e contenuti dalla sera alla mattina perché ha deciso di cambiare la propria strategia di business, lo scandalo di PRISM e del Datagate minaccia di compromettere le magnifiche sorti e progressive della “rivoluzione cloud” e le autorità europee non si fidano più di Google e del suo modo piuttosto libero di trattare i dati.

La scelta sul futuro del cloud computing - ammesso che il mainframe 3.0 abbia un futuro - spetterà in definitiva agli utenti, quegli stessi utenti che si sono sin qui affidati con gioia a Google e agli altri Signori feudali di Internet e che ora si stupiscono del fatto che le stesse corporation - assieme all’intelligence americana - siano in grado di leggere attraverso di loro come un vetro trasparente. Per quanto riguarda il cloud gaming, almeno per il momento e nonostante il marketing demente di Microsoft sulle inesistenti capacità superiori di Xbox One grazie ai server cloud, la “grande maggioranza” dei giocatori non vuole acquistare - cioè affittare - giochi digitali on-line. Garantisce Sony, la corporation che ha già vinto la console war di prossima generazione con PlayStation 4.

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