Italy vs. Internet, l’impotenza della ragione contro il governo dell’indecenza

17 Maggio 2009 · Archiviato in Approfondimenti, Diritti Civili & Digitali 
Questo articolo è parte della serie L'industria contro il P2P

Approfondimenti - Una lente impietosa puntata sui temi caldi, retrospettive appassionate e dettagliate, riflessioni oltre le apparenze Le settimane passate hanno segnato una escalation senza precedenti della ben nota incompetenza e incapacità delle istituzioni italiane di avere a che fare con Internet, di vivere il rapporto con le tecnologie digitali seguendo la logica e la razionalità piuttosto che l’emotività e la violenza. Invece i nostri cari governanti e parlamentari hanno recentemente sparato fuori una serie di emendamenti, proposte di legge e opinioni da far strabuzzare gli occhi a chiunque creda nell’importanza di Internet come strumento democratico.

Antipirateria mascherata da antipedofilia, censura, controllo governativo, abolizione dell’anonimato, reati di opinione, le proposte di “attacco alla rete” sono letteralmente “uscite dalle fottute pareti” per citare Aliens, tentativi reiterati e consapevoli di imbavagliare il dissenso, ridurre la libertà di espressione, trasformare Internet nell’ennesimo organo di informazione in mano a Silvio Berlusconi e ai suoi cortigiani dopo aver ridotto a concime le televisioni nazionali e a sterco solido la stampa. Provare a parlarne mi provoca un conato di vomito che mi impedisce di essere lucido, anche se alla fine mi rendo conto che vale la pena almeno tratteggiare una cronistoria dell’escalation, da usare come punto di partenza per discutere delle prossime bestialità che sicuramente verranno fuori dal parlamento e dal governo italiani più indecenti e incivili mai esistiti.

Si parte dunque con l’emendamento D’Alia, presentato a febbraio dal senatore di opposizione Gianpiero D’Alia in modifica al DDL n.733 con l’obiettivo di istituire il controllo ultimativo del governo sulle opinioni espresse in rete. Nella visione perversa di Internet che ha D’Alia chiunque si macchi di un reato di opinione, fosse anche solo per protesta nei confronti di una legge considerata ingiusta, può essere cancellato dalla rete senza alcuna autorizzazione o processo da parte del potere giudiziario. Il governo diviene giudice inappellabile della condotta telematica dei cittadini alla stessa stregua dei regimi dittatoriali, una forma di controllo che se fosse stata applicata ci sarebbe probabilmente stata invidiata dai comunisti cinesi.

Fortunatamente la bestialità del senatore D’Alia è stata riconosciuta come tale dai suoi stessi colleghi che, riuniti nella commissione giustizia e affari costituzionali della Camera dei deputati, hanno infine abrogato l’emendamento incriminato. Ma D’Alia è solo uno dei tanti, dubbi personaggi che si affollano in questa cronistoria di orrori e lordure mascherati da parlamentari italiani: sempre a febbraio Luca Barbareschi, uno che dopo aver provato a fare l’artista ammazzando animali vivi in Cannibal Holocaust si è riciclato come deputato alle dipendenze di Silvio Berlusconi, ha presentato ufficialmente la sua proposta di normalizzazione della distribuzione di contenuti digitali protetti dal copyright.

Con l’entrata in scena di Barbareschi si risolve anche il “mistero” della famigerata proposta SIAE circolata in occasione dell’istituzione del comitato anti-pirateria, perché la sua proposta di legge rispecchia fedelmente la bozza in precedenza attribuita all’organizzazione del copyright di cui sopra, anche e soprattutto quando a quest’ultima vengono concessi compiti di controllo e si parla di assegnare “poteri di controllo alle autorità di Governo e alle Forze di polizia per la salvaguardia del rispetto di norme imperative, dell’ordine pubblico e del buon costume, inclusa la tutela dei minori, nelle piattaforme telematiche“.

Luca Barbareschi

Dall’alto dell’evidente incompetenza delle cose di cui parla, Barbareschi non spiega cosa diavolo c’entrino il buon costume e l’ordine pubblico con il file sharing e il digital delivery. In compenso il deputato, uomo di spettacolo salito al potere grazie a Berlusconi, sostiene che la sua proposta dovrebbe essere un punto di avvio per lavorare “tutti assieme” per “la regolamentazione del mondo telematico” che ora soffrirebbe di “un assoluto caos legislativo” nel campo dei diritti d’autore, del commercio elettronico e di tutto il resto.

Ma il vero capolavoro delle recenti proposte ammazza-Internet è quella presentata da Gabriella Carlucci, ex-showgirl che come Barbareschi ha deciso in vecchiaia di mettere radici in parlamento (ovviamente con Silvio Berlusconi) e che ha nientemeno ideato un disegno di legge per abolire l’anonimato nell’immissione di qualsiasi tipo di contenuti (testuali, sonori, audiovisivi e altri) da parte degli utenti. La legge si chiama “Internet territorio della libertà, dei diritti e dei doveri”, Carlucci la invoca per la lotta alla pedofilia ma la proposta è stata redatta da Davide Rossi, presidente dell’organizzazione Unione Italiana Editoria Audiovisiva (Univideo).

Oltre alla palese ignoranza su come Internet funzioni realmente (se qualche funzionario di polizia vuole rintracciare qualcuno on-line non deve far altro che seguire la scia lasciata da un banale indirizzo IP), la proposta Carlucci-Rossi si rivela insomma essere l’ennesimo tentativo di pressione delle lobby dell’industria multimediale italiana sulla politica, tra l’altro abbastanza plateale e mal riuscito, per inasprire le misure di contrasto alla libera circolazione dei contenuti digitali in rete. Ai politici e ministri berlusconiani non interessa nulla di che cosa sia Internet, loro vogliono semplicemente “intervenire” in qualche modo per frenare gli abusi come dice di voler fare il Ministro della Giustizia Angelino Alfano rispondendo a una domanda postagli da un alunno.

In risposta alla Internet distopica che i politici vogliono instaurare a ogni costo, i blogger italiani (con l’istrionico Beppe Grillo in testa) hanno coniato lo slogan “Free Blogger” e gli hanno dato risonanza internazionale aiutati da Cory Doctorow su Boing Boing. A onor del vero in parlamento non siedono soltanto le imbarazzanti marionette al soldo delle lobby come Barbareschi e Carlucci, e nella cronistoria di orrori incivili emersi di questi mesi c’è persino spazio per una proposta che parla di sviluppo piuttosto che di repressione, di banda larga e accesso aperto invece che di censura e controllo.

Gabriella Carlucci

Presentata dai senatori del Partito Democratico Vincenzo Vita e Luigi Vimercati, la proposta sulla neutralità delle reti, free software e società dell’informazione intende stabilire principi di net neutrality nella legislazione italiana, promuovere una rinnovata partecipazione democratica da parte dei cittadini della rete e l’uso del software libero nelle istituzioni pubbliche, garantire la parità di accesso alle risorse di rete in tutto il territorio del paese. Vita e Vimercati sostengono che il governo italiano è l’unico a non investire in innovazione in un momento di grave crisi economica, mentre la loro è “una proposta organica per la modernizzazione digitale del sistema delle imprese e della pubblica amministrazione e per lo sviluppo delle modalità di partecipazione democratica dei cittadini, per la valorizzazione della libertà in rete, dei nuovi contenuti creativi“.

E il comitato anti-pirateria, che fine ha fatto? Doveva promuovere il dialogo, tenere audizioni, distribuire informazioni e traghettare l’Italia oltre la legge Urbani, in teoria una delle più dure in fatto di repressione del file sharing non autorizzato ma che ha fallito miseramente gli obiettivi sperati. Dopo oltre due mesi di sostanziale immobilismo il fantomatico comitato presieduto da Mauro Masi (che nel frattempo è finito a fare il direttore generale della RAI) non ha prodotto praticamente niente oltre a una documentazione sui presunti danni della pirateria che fa acqua da tutte le parti.

Questa, almeno fino a ora, è la cronistoria dei tentativi delle lobby italiane e dei loro servi politici di fare a brandelli, un pezzo dopo l’altro, il residuo stato di diritto che ancora vige in Italia adducendo come scusa la lotta alla “pirateria” dei contenuti digitali. Purtroppo si tratta solo di una prima fase di qualcosa che, non ho il minimo dubbio a riguardo, sarà ancora peggio nelle prossime settimane: dopo un iter parlamentare burrascoso la Francia ha finalmente approvato la three strike law, anche nota come Dottrina Sarkozy o legge Hadopi, consegnando sostanzialmente nelle mani dell’industria il diritto di giudicare la legalità delle azioni dei cittadini francesi e schiacciando il diritto fondamentale dell’accesso a Internet sotto il dominio definitivo del copyright.

Il 6 maggio il parlamento europeo ha stabilito che tale diritto fondamentale di accesso ha la stessa importanza della libertà di parola, ma i parlamentari francesi (che evidentemente non sono inferiori a quelli italiani in fatto di servilismo nei confronti delle lobby multimediali) lo hanno fatto a pezzi lo stesso prevedendo che un organo amministrativo (e non giudiziario) obblighi i provider a disconnettere a tempo indefinito un utente beccato a scaricare contenuti “illegali” per tre volte di fila. Dopo la Francia il prossimo paese ad adottare la three strike law potrebbe essere proprio l’Italia visto che secondo l’opinione di Gaetano Blandini, Direttore Generale Cinema presso il Ministero per i beni e le attività culturali, la legge Hadopi rappresenta una soluzione efficace alla “pirateria” telematica.

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