Epitaffio sulla tomba dell’automobile

22 Febbraio 2009 · Archiviato in Babel fish, Politica & Società 

Babel fish - Un'interfaccia mentale tra la sensibilità di Sir Arthur e gli avvenimenti del mondo esterno. E anche tutto il resto Uno degli aspetti più interessanti messi in luce dalla recessione mondiale è il fatto che gli standard economici del passato non valgono più, e in un futuro non molto lontano quello che molti oggi descrivono come la schiavitù del posto fisso verrà invece ricordato come un periodo dorato, una fase e una condizione di vita privilegiate che non torneranno mai più.

L’industria dell’automotive sta fallendo in tutto il mondo, ci sono pochi dubbi a riguardo. Gli USA, il Giappone, l’Italia, la Germania, i grandi paesi industrializzati che da sempre sono i protagonisti del settore devono fronteggiare il rischio di implosione dei colossi dell’auto, con la conseguente perdita di decine di migliaia di posti di lavoro e l’impoverimento della classe media allargata ai ceti produttivi e alla ex-classe operaia. Ma soprattutto, l’industria sta subendo il crollo del mito dell’automobile intesa come status symbol, promessa di libertà e segno evidente di migliorata condizione sociale passata dalla povertà all’accesso al credito, o per meglio dire al debito.

Spesso, in questo periodo, ripeto a mio padre che io non avrò le stesse garanzie lavorative che lui ha avuto (nel bene e nel male) per oltre quarant’anni. Ecco, per dirla con un’espressione a effetto io quei debiti non avrò più la possibilità di accenderli alla stessa maniera di chi è venuto prima di me, con la stessa costanza nel pagamento delle rate mensili e la stessa possibilità di offrire garanzie alla firma del contratto. Con la morte dei vecchi modelli di lavoro potremmo dire che presto o tardi morirà anche il sistema di indebitamento illimitato connesso al posto di lavoro stabile.

Automobili invendute

L’esempio automotive è particolarmente pertinente, e le considerazioni qui esposte si applicano molto bene all’Italia ma sono più o meno valide per tutte le maggiori economie del mondo: in genere acquistare un’auto equivale a sacrificare, per un numero non breve di mensilità, parte del proprio stipendio alla concessionaria automobilistica in pagamento del mezzo acquistato. Dopo un certo periodo di tempo l’auto va cambiata, e quindi si parte con un nuovo mutuo e il relativo indebitamento da saldare mese dopo mese, stipendio dopo stipendio, goccia dopo goccia fino alla fine dei giorni.

Ma se la migliore opportunità che tu riesca a trovare è un posto da centralinista in un call center che dura due mesi senza contributi previdenziali, o se tutto l’expertise che hai costruito nel tempo va a finire nel cesso perché la fabbrica dove lavori ti sbatte fuori e non ti assume più nessuno, è evidente che il summenzionato modello di indebitamento infinito non si applica più, l’automobile non la cambi più magari te ne privi del tutto o se sei ancora giovane non la compri, ed esce dai tuoi pensieri come ideale status symbol di un raggiunto benessere perché tu sai che quel benessere non potrai darlo per scontato.

I governi e i produttori possono anche pompare centinaia di miliardi di euro nelle vene della morente industria dell’automobile, ben difficilmente la cosa servirà a garantire un futuro a un settore che ha lasciato la golden age alle sue spalle e deve affrontare una sfida da cui potrebbe non uscire viva. Ovviamente il mio è un ragionamento molto rozzo e schematico, e non prende in considerazione l’evoluzione tecnologica e il ruolo centrale che le soluzioni ecosostenibili giocheranno nel far risollevare l’economia e le condizioni di vita in una società sull’orlo di una tremenda involuzione psicologica e sostanziale.

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