In attesa di arruolare i provider, RIAA continua a frequentare i tribunali

25 Gennaio 2009 · Archiviato in Approfondimenti, Diritti Civili & Digitali 
Questo articolo è parte della serie L'industria contro il P2P

Approfondimenti - Una lente impietosa puntata sui temi caldi, retrospettive appassionate e dettagliate, riflessioni oltre le apparenze RIAA e le major discografiche lo hanno detto piuttosto chiaramente, che intendono abbandonare la strade della persecuzione legale dei singoli utenti del file sharing per concentrarsi sulla collaborazione diretta degli ISP. Nell’attesa di verificare a cosa porterà, in concreto, un tale cambiamento di strategia, l’organizzazione delle etichette statunitensi risulta per ora impegnata su più fronti inclusi quei tribunali di cui si è sin qui servita nella sua crociata contro il P2P.

Nonostante le bugie conclamate spacciate per verità presso la stampa, qualcosa sembra effettivamente cambiato nel comportamento di RIAA riguardo la persecuzione dei netizen: dopo le cattive notizie collezionate nei primi giorni dell’anno, l’organizzazione si dimostra meno aggressiva nel portare avanti i processi già avviati da tempo contro ignoti studenti di college americani, uno dei target prediletti dai legali delle etichette discografiche.

Nel caso Arista Records v. Does 1-22, RIAA aveva chiesto al giudice di venire a conoscenza dell’identità di alcuni studenti del Rhode Island College ovviamente accusati di infrazione di copyright. Il giudice aveva concesso tale diritto ma il provider del college è risultato essere Apogee Telecom Inc., una società con sede legale ad Austin, Texas. A questo punto RIAA avrebbe dovuto rivolgersi alla Corte di quella città per ottenere una subpoena nei confronti dei John Doe (lett. ignoti) in oggetto ma ha al contrario deciso di non procedere oltre e abbandonare il caso.

RIAA TalesRIAA avrebbe potuto benissimo decidere di comportarsi in maniera opportunistica, abbandonando l’idea di ritornare di fronte a quella stessa corte di Austin che nel 2004 le aveva rifilato una sonora stroncatura nell’ambito di un caso simile. Ma l’organizzazione si è ripetuta abbandonando anche il caso BMG Music v. Does 1-14 nel Nord Carolina, senza essere riuscita a scoprire l’identità di 14 studenti-condivisori della North Carolina State University e della UNC Charlotte.

Che RIAA sia seriamente intenzionata, almeno per una volta, a comportarsi onorevolmente tenendo fede alle parole così generosamente elargite dai suoi rappresentanti? Per ora l’unica certezza è che dai tribunali continuano ad arrivare cattive notizie per la crociata anti-P2P dell’industria musicale: nel caso United States of America v. Dove, riguardante questa volta non semplici utenti condivisori ma uno degli amministratori del tracker BitTorrent Elite Torrents coinvolto nell’infame Operazione D-Elite, il giudice ha stabilito che un download “illegale” non equivale necessariamente a una vendita persa, ed è quindi irragionevole che le major chiedano risarcimenti da centinaia di migliaia di dollari basandosi su questo presupposto.

Coloro che scaricano film o brani musicali gratuitamente non necessariamente acquisterebbero tali film o brani musicali al loro prezzo pieno“, scrive il giudice James P. Jones, e “sebbene sia vero che se qualcuno scarica una versione digitale di una registrazione sonora ha poi ben pochi incentivi per acquistare la registrazione attraverso mezzi legittimi” pretendere di sostenere che i downloader avrebbero fatto quell’acquisto in ogni caso se non avessero usato il P2P non è un’argomentazione accettabile.

RIAA avrà anche deciso di passare dagli utenti agli ISP, ma i metodi della sua nuova partner investigativa DtecNet Software, che ha preso il posto di MediaSentry nelle indagini sui download non autorizzati, sono esattamente gli stessi impiegati dalla suddetta MediaSentry e da chiunque altro essendo basati sull’utilizzo di un banale client P2P per andare alla caccia degli indirizzi IP di chi condivide i contenuti che si vogliono proteggere.

RIAA + ISP = ...

Ciò significa che anche nel perseguire la presunta collaborazione con i provider RIAA farà gli stessi errori e sarà altrettanto inadeguata (secondo i principi del giusto processo) quanto lo è stata sino a ora. Nel mentre c’è chi prova sfruttare la situazione come la società specializzata in antipirateria Nexicon, che si offre di condividere con gli ISP l’eventuale guadagno proveniente dagli utenti condivisori “beccati” che decidano di pagare per evitare conseguenze legali. Ma la risposta di Jerry Scroggin, proprietario del provider che non vuole diventare il braccio armato di RIAA e nemmeno lavorare gratis per le major, non da’ molta speranza alla possibilità che un simile approccio possa funzionare davvero.

L’industria continua infine a portare avanti la sua propaganda sui presunti effetti devastanti del file sharing sulle vendite, con IFPI (rappresentante le etichette discografiche a livello globale) che calcola nel 95% di tutta la musica in formato digitale il livello di “pirateria” complessivo. Numeri fantasiosi arrivano anche da un paio di ricerche sull’eventuale reazione degli utenti agli avvisi degli ISP, secondo cui un terzo dei condivisori non si fermerebbe nemmeno davanti alla possibilità di vedersi tagliati per sempre i fili della connessione a Internet.

Sfoglia la serie«RIAA inizia male il nuovo annoComitato anti-pirateria, l’incompetenza è sempre al potere»
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