RIAA inizia male il nuovo anno

5 Gennaio 2009 · Archiviato in Approfondimenti, Diritti Civili & Digitali 
Questo articolo è parte della serie L'industria contro il P2P

Approfondimenti - Una lente impietosa puntata sui temi caldi, retrospettive appassionate e dettagliate, riflessioni oltre le apparenze Il periodo di festa a cavallo tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009 non è stato particolarmente felice per RIAA e le major discografiche: l’organizzazione più odiata d’America (almeno per quanto riguarda Internet) si prepara (apparentemente) a cambiare strategia legale contro il file sharing coinvolgendo direttamente i provider, ma nel frattempo uno di questi ISP solleva una questione economica che non fa presagire un avvio facile per la bizzarra joint venture tra proprietari dei diritti d’autore e fornitori di connettività.

Jerry Scroggin, proprietario del piccolo ISP Bayou Internet and Communications in Luisiana, ha già fatto sapere all’industria multimediale che lui non ha alcuna intenzione di mettere il tempo e le risorse della sua società al servizio delle etichette. O almeno non vuole farlo senza compenso: “Loro hanno il diritto di proteggere le loro canzoni o musica o immagini“, dice l’imprenditore, “ma non hanno il diritto di dirmi che a proteggerle debba essere io. Non voglio che qualcuno faccia qualcosa di illegale sul mio network, ma noi non lavoriamo gratis“.

Bayou fornisce 12.000 connessioni, e a ognuna di esse corrisponde un cliente che paga 40 dollari al mese per un totale di 1.440 dollari in tre anni. Secondo Scroggin è irragionevole che RIAA pretenda che la sua società rinunci a tale somma con leggerezza per una presunta infrazione di copyright, e se proprio l’associazione vuole coinvolgere gli ISP allora deve tenersi pronta ad aprire il portafogli e contribuire direttamente ai costi dell’operazione.

Al provider sono già arrivate, in passato, richieste di enforcement da parte dell’industria, e in tutti i casi Scroggin ha risposto in maniera quasi beffarda chiedendo la stipulazione di un contratto vero e proprio, in cui a fronte dell’impiego dei tecnici per la verifica delle presunte infrazioni si corrispondesse un’adeguata somma di denaro per il disturbo. “In genere“, dice Scroggin, dopo aver spedito la richiesta “non ricevo più risposta“.

E’ forse ancora presto per trarre conclusioni, ed è quasi certo che prima di annunciare al mondo lo storico switch della sua strategia legale RIAA abbia intrapreso le dovute trattative con ISP ben più importanti della piccola Bayou. Ma una cosa va sottolineata: il mercato della connettività statunitense è pieno di provider locali che devono fare contemporaneamente fronte alla concorrenza spietata della AT&T di turno e a un budget alquanto risicato, se dunque le major non accoglieranno le esigenze degli ISP nel loro complesso supportando (e non solo con vuote parole) la preannunciata caccia al condivisore la dottrina Sarkozy in salsa americana avrà una vita decisamente breve.

Capitol v. Thomas

Le cattive notizie per RIAA non si limitano comunque all’ostracismo economico dei provider: la richiesta di appello fatta dalle major nel caso Capitol v. Thomas, l’unico “processo al P2P” mai celebrato nelle corti statunitensi, è stata respinta dal Giudice Distrettuale Michael J. Davis poco dopo Natale perché non c’è “alcun valido motivo per una differenza di opinione” sulla questione di opportunità sollevata da RIAA, nè la concessione di un eventuale appello farebbe “anticipare materialmente la conclusione definitiva del processo“.

Le major saranno dunque costrette a tornare in aula dopo che il giudice ha ripudiato la sua decisione precedente, grazie alla quale RIAA aveva ottenuto la vittoria e la signora Jammie Thomas era stata condannata al pagamento di una multa di 222.000 dollari per 24 brani (presunti) condivisi sul P2P. Secondo il giudice Davis la corte “deve ancora decidere sulla costituzionalità dei danni concessi” all’accusa, una concessione già definita “del tutto sproporzionata” rispetto alle perdite presunte subite dagli associati di RIAA.

Grazie al sempre puntuale lavoro dell’avvocato-blogger Ray Beckerman, inoltre, la completa trascrizione dei verbali del processo Thomas è ora disponibile on-line. Si tratta di un tomo di 643 pagine diviso in tre parti, ripieno di dettagli estremamente interessanti per coloro che volessero approfondire le procedure tecniche adottate dagli investigatori di RIAA, le testimonianze degli esperti e quant’altro connesso al processo.

RIAA comincia male il 2009 anche per quanto riguarda il caso SONY BMG Music v. Tenenbaum, in cui il professore di Harvard Charles Nesson ha preso le difese del downloader universitario Joel Tenenbaum sostenendo accuse di incostituzionalità, frode e cospirazione nei confronti di RIAA. Nesson ha chiesto alla corte di rendere disponibile on-line la cronaca audio-visiva completa del processo, esponendo così al giudizio del pubblico la presunta “campagna di educazione” degli utenti portata avanti dalle major con la fallimentare crociata delle cause legali sin qui intraprese e tutt’ora in corso.

Fuck the RIAA

A parziale conferma dell’abbandono della crociata legale contro gli utenti, a ogni modo, dal Wall Street Journal arriva la notizia secondo cui RIAA avrebbe scaricato la sua tradizionale partner nelle operazioni di spionaggio investigative a danno degli utenti del file sharing, quella MediaSentry (sussidiaria della società SafeNet Inc) più volte accusata di aver condotto indagini illegali in rete su mandato delle major.

Secondo Beckerman l’interruzione dei rapporti tra RIAA e MediaSentry è una “vittoria” per i suoi clienti (e non solo) contro il torbido agire degli investigatori dell’industria, responsabili di “aver invaso la privacy delle persone“. Abbandonata MediaSentry, l’associazione delle etichette discografiche si rivolgerà alla società di Copenaghen DtecNet Software per le sue necessità forensi.

Sfoglia la serie«Come RIAA e Silvio Berlusconi intendono affossare il P2PIn attesa di arruolare i provider, RIAA continua a frequentare i tribunali»
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Commenti

Una Risposta a “RIAA inizia male il nuovo anno”

  1. Elpidio il 6 Gennaio 2009 09:08

    joint venture, con la “t”…


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