Google Chrome scatena la Terza Grande Guerra dei Browser

7 Settembre 2008 · Archiviato in Approfondimenti, Networking 
Questo articolo è parte della serie Browser war

Approfondimenti - Una lente impietosa puntata sui temi caldi, retrospettive appassionate e dettagliate, riflessioni oltre le apparenze Con l’effetto proprio di un fulmine a ciel sereno, all’inizio di questa settimana Mountain View ha distribuito la versione beta del suo browser, Google Chrome, entrando a pieno titolo nel mercato iper-competitivo delle interfacce software verso le possibilità insite nell’economia di rete e nella società dell’informazione. Tutti ne parlano, tutti esprimono la loro, ma nessuno ha ancora avuto il coraggio di definire l’evento con il nome che gli compete: Chrome, c’è poco da fare, segna l’inizio di una nuova guerra dei browser in un’epoca in cui questi ultimi rappresentano l’ossatura principale del business e dell’accesso al patrimonio digitale dell’umanità interconnessa.

Il tramestio incontrollato su Chrome è cominciato con le anticipazioni pubblicate da Philipp Lenssen su Google Blogoscoped, seguite alla spedizione via “snail mail” di un fumetto di 38 pagine (firmato Scott McCloud) che si preoccupava di sviscerare il nuovo progetto a cui Google ha lavorato quasi in segreto nel corso degli ultimi mesi. Google Chrome è un browser open source basato sull’engine di rendering Webkit, lo stesso usato da Apple Safari, e inclusivo del motore di accelerazione delle applicazioni web noto come Google Gears.

L’Avvento di Chrome

L’esistenza di Chrome è divenuta ufficiale a breve distanza dalla pubblicazione del post di Lenssen, con l’annuncio sul Google Blog, l’ hosting del fumetto esplicativo e la successiva distribuzione della prima beta del programma. Google definisce Chrome come una boccata d’aria fresca nel settore dei browser web, in virtù del fatto che il software è pensato sin dalle fondamenta come risposta ideale alle moderne esigenze degli utenti di Internet, alla ricerca di sicurezza, stabilità e piattaforme tecnologiche in grado di rendere trasparente e performante l’utilizzo delle applicazioni web rispetto a quelle installate in locale.

Webkit e Gears a parte, il Google browser può contare su un nuovo interprete di codice JavaScript chiamato V8, sviluppato da un team danese e rilasciato sotto licenza open source come lo stesso Chrome. Compilando il codice JS in codice macchina ed eseguendolo nativamente piuttosto che interpretandolo come una virtual machine tradizionale, V8 supera in maniera sostanziale le performance degli altri browser, preparando (nelle parole di Google) il terreno per “la prossima generazione di applicazioni web impossibili da realizzare con i browser attuali“.

Le altre componenti chiave di Chrome includono un design architetturale di tipo multi-processo, con la creazione di una nuova istanza semi-virtualizzata dell’applicazione all’apertura di ogni pagina web, un’interfaccia rimodellata che include gli strumenti di navigazione all’interno delle schede piuttosto che sovrapporli a esse, la funzionalità Omnibox per l’autocompletamento delle pagine digitate nella barra degli indirizzi basata sugli indici del motore di ricerca di Google, la disponibilità di una modalità “incognito” che non lascia tracce alla fine della sessione di navigazione, l’integrazione del servizio anti-phishing e anti-malware già impiegato in Mozilla Firefox e la possibilità di trascinare le schede aperte all’esterno e all’interno dell’interfaccia, generando in pratica una istanza di navigazione separata o aggiungendone una a quella principale.

Google Chrome - logo

Com’è facile intuire, c’è abbastanza carne al fuoco da poter provocare una vera e propria inondazione informativa sulle conseguenze tecnologiche e commerciali del rilascio di Chrome. E infatti così è stato: dal primo settembre a oggi il software ha attirato le attenzioni di siti di news, quotidiani tradizionali, blogosfera e portali di gossip tecnologico, tutti in gara per riportare l’ultimo pettegolezzo o l’ultimo bit di informazione sulle funzionalità e i difetti del nuovo browser.

Google Chrome è sicuro, in virtù del design multi-processo che impedisce il crash dell’intera applicazione quando a bloccarsi è una singola scheda o pagina web; Google Chrome è efficiente, in virtù di una gestione particolarmente ottimizzata delle risorse di memoria e di sistema; Google Chrome è veloce, grazie al motore V8 che nei primi benchmark comparativi in JavaScript (uno dei componenti fondamentali della ricca esperienza offerta dal web odierno e sicuramente da quello futuro) già dimostra di sopravanzare di parecchie lunghezze i concorrenti.

La Terza Grande Guerra

A farla da padrone sono però le considerazioni su quello che succederà, d’ora in poi, nel mercato dei browser visto che Google ha deciso di giocare direttamente in proprio e non limitarsi a supportare finanziariamente Mozilla: la Fondazione del panda rosso ha al momento un accordo con Mountain View che prevede l’implementazione delle funzionalità di ricerca di Google all’interno di Firefox, in cambio di una somma che nel 2006 è ammontata a 57 milioni di dollari vale a dire l’85% delle entrate della società. L’accordo è stato rinnovato fino al 2011 alcuni giorni prima del lancio di Chrome, ma è indubbio che alla sua scadenza il destino di Mozilla verrà messo pesantemente in gioco come ammesso dallo stesso CEO John Lily.

E se Mozilla, che ha fin qui eroso quote di mercato a Internet Explorer sino ad arrivare a un notevolissimo 20% deve preoccuparsi, Microsoft è la corporation che più ha da pensare (e da perdere) nei confronti della mossa di Google: certo, IE può ancora fare affidamento sul fatto di venire preinstallato sui sistemi operativi Windows, ma Google ha dalla sua il rapporto privilegiato con chi usa quotidianamente la Rete, il suo “essere” per molti la rete attraverso le funzionalità di ricerca, la web-mail Gmail, le applicazioni e i servizi web che nel browser Chrome vedono il loro completamento ideale.

Sopravvissuta alla bolla speculativa della net economy, Google è la società che più di tutte ha modellato a propria immagine l’hi-tech informatico degli ultimi anni, e i risultati della prima settimana di vita di Chrome sono in questo senso rivelatori: secondo le stime il Gbrowser sarebbe già riuscito a sopravanzare l’1% di market share di Opera, uno dei browser “minori” che assieme a Safari ha fin qui spronato la concorrenza ma non ha mai scalfito granché il predominio di IE.

Google Chrome - fumetto

La prima guerra dei browser (1996-2004) ha visto il contrapporsi di Netscape Navigator e Internet Explorer, con il navigatore Microsoft che ha avuto gioco facile nello schiacciare il concorrente in virtù dell’integrazione in Windows. La seconda guerra dei browser (2004-2008) ha visto la nascita e l’evoluzione di valide alternative open source con in testa il succitato Mozilla Firefox, contemporaneamente all’esplosione dei servizi di rete come complementi o sostituti del tradizionale software in scatola su cui Microsoft regna da sempre.

La terza grande guerra Google l’ha scatenata apparentemente contro tutti, ma non è difficile presagire che Chrome rappresenterà l’avvio di una nuova fase del confronto commerciale e tecnologico dei due giganti del moderno personal computing, Google e Microsoft, che dalle scaramuccie e dal vaporware del marketing in salsa “cloud computing” passa allo scontro diretto per il primato in quello che è diventato lo strumento privilegiato di accesso alla conoscenza, di acquisto, di condivisione, di intrattenimento e di studio nella società dell’informazione.

Per quanto gli effetti della distribuzione di Chrome sulla diffusione dei browser “alternativi” come Firefox, Opera e Safari siano tutti da verificare, si può dire che Google abbia in un certo senso già cannibalizzato Mozilla e le tecnologie open source: Chrome include pezzi di codice di Firefox, oltre al motore di rendering di Safari, e la nuova alternativa allo strapotere di IE la costruisce certo sulla forza del marchio “Google” (oramai superiore al richiamo del brand “Microsoft”), ma soprattutto sulla possibilità di riutilizzare le piattaforme a codice aperto già ampiamente adottate come standard di settore e passate per lo sforzo di programmazione collaborativo che contraddistingue progetti di qualità come quelli portati avanti da Mozilla.

Le prime cronache dal fronte

Dopo aver pesantemente condizionato lo sviluppo di Internet, Google Inc. ha sicuramente il potenziale per ripetere l’impresa anche con il software di accesso alla rete. Un potenziale fatto di risorse finanziarie, tecnologiche, infrastrutturali e di mera ambizione che vede la società allargare sempre più i propri orizzonti, dal mercato mobile con Android al lancio di quello che è stato impropriamente definito come il primo “Google Satellite”, il più avanzato apparato di scansione ad alta risoluzione della superficie del pianeta esistente.

Per quanto riguarda i browser web, ad ogni modo, Chrome dovrà dimostrare di essere all’altezza delle aspettative che si sono create attorno a esso e di saper reggere al criticismo che già monta tra chi non gradisce veder campeggiare il logo “Google” su qualsiasi cosa, e soprattutto non si fida dell’enorme potere che scaturisce dal controllo di una quantità senza precedenti di informazioni sensibili sugli utenti e la loro attività in rete.

La funzionalità di autocompletamento degli indirizzi digitati nel browser nota come Omnibox, ad esempio, è stata definita come il vaso di Pandora delle capacità di tracciamento delle abitudini di navigazione. Google ha sostenuto di voler conservare il 2% delle informazioni catturate attraverso Omnibox, i termini e gli URL trasferiti dal tool ai server di Mountain View senza nemmeno la necessità di visitarli in concreto. Considerando la mole di traffico che passa per i suddetti server, anche un solo 2% rappresenterebbe una risorsa particolarmente ghiotta per le società di advertising e non solo, oltre ovviamente a essere l’ennesimo strumento di indagine in mano a una società che “già conosce troppo su quello che chiunque sta pensando in un dato momento“, citando le parole di Peter Eckersley in forze a Electronic Frontier Foundation.

Google Chrome - screenshot

La modalità di navigazione “incognito” e la natura open source del browser mitigano questo genere di preoccupazioni, ma è indubbio che con Chrome la sindrome da “Grande Net-Fratello” che da sempre coinvolge Google si avvicini pericolosamente alla realizzazione concreta. Non aiuta in tal senso leggere la prima versione dell’EULA del software, la cui sezione 11 garantisce a Google un diritto “perpetuo, irrevocabile, internazionale, royalty-free” di utilizzare a proprio piacimento qualsiasi contenuto immesso in rete attraverso il browser. I termini di servizio sono stati poi modificati per apparire più user-friendly, ma la perplessità per l’eccesso di potere nelle mani di Google permane.

Da un punto di vista meramente tecnologico, infine, Chrome non avrà gioco facile nello spazzare via una concorrenza quanto mai agguerrita: la presunta sicurezza superiore è stata già smitizzata dalla scoperta del primo baco presente nel browser, che sfruttando una vulnerabilità di WebKit e un bug nel codice Java potrebbe indurre l’ignaro utente a scaricare ed eseguire un malware (nella forma di un archivio JAR) sul client. “Chrome diverrà sicuramente popolare - scrive Mikko Hyppönen di F-Secure - e questo significa anche che esso diverrà un obiettivo interessante per gli autori di malware“.

Chrome se la dovrà giocare anche dal punto di vista delle prestazioni, considerando che il nuovo motore JavaScript che Mozilla implementerà nel prossimo Firefox 3.1 mostra di essere ancora più performante di V8 e dotato di ulteriori margini di miglioramento, e che una comparazione tra Google Chrome e la beta 2 di Internet Explorer 8 ha messo in luce come i browser multi-processo necessitino di una capacità computazionale mai sperimentata sino ad ora, occupando centinaia di Megabyte di RAM e impegnando i processori multi-core con la proliferazione incontrollata dei thread in esecuzione.

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