L’Italia? Non è un paese per (vecchi) blogger

5 Luglio 2008 · Archiviato in Approfondimenti, Diritti Civili & Digitali 

Approfondimenti Quando gli ho confessato l’idea di voler aprire un mio blog, Paolo De Andreis - direttore responsabile di Punto Informatico - mi ha molto gentilmente offerto la disponibilità dei server del giornale per avere un mio dominio e per giunta a condizioni estremamente vantaggiose. Ho deciso sin da subito di rifiutare e di aprire uno spazio on-line su un server straniero perché, messa in termini molto semplici e diretti, per come la vedo io l’Italia non è un paese civile né fuori né dentro la Rete e i fatti dei giorni scorsi lo confermano.

Al tempo presente, l’Italia è un paese che cova inadeguatezza delle leggi alla realtà dei nuovi mezzi tecnologici di partecipazione democratica, quando non pura e semplice ignoranza dei funzionari deputati all’applicazione delle suddette leggi. Una realtà fatta d’altronde anche e soprattutto di soprusi e ingiustizie macroscopiche, dove l’illegalità diventa vanto e legittimità nel far finta di governare persino un’intera nazione mentre si pensa a fare altro.

Blogger sequestrati

L’Italia non è un paese per blogger perché qui da noi i blog finiscono sequestrati, gli autori denunciati e richiamati al rispetto di leggi ridicole risalenti a cinquant’anni fa. E’ successo ad esempio a Carlo Ruta, storico impegnato da decenni nel raccogliere testimonianze e documentazioni sull’omicidio del giornalista Giovanni Spampinato, ammazzato in Sicilia nel 1972 per la sua attività di indagine contro le connivenze tra politica, affari e mafia.

Il Tribunale di Modica (in provincia di Ragusa) ha dichiarato Ruta colpevole di “stampa clandestina” secondo la Legge n. 47 del 1948, che con l’articolo 16 stabilisce che “Chiunque intraprenda la pubblicazione di un giornale o altro periodico senza che sia stata eseguita la registrazione prescritta dall’art. 5, è punito con la reclusione fino a due anni o con la multa fino a lire 500.000“. L’articolo 5 citato obbliga qualsiasi “giornale o periodico” alla registrazione “presso la cancelleria del tribunale, nella cui circoscrizione la pubblicazione deve effettuarsi“.

Una successiva legge sull’editoria risalente al 2001 ha stabilito che un generico “prodotto editoriale“, costituito da “una testata, costituente elemento identificativo del prodotto” e diffuso al pubblico con “periodicità regolare“, deve essere regolamentato da quella legge approvata dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. La definizione generica di “prodotto editoriale” è stata infine resa applicabile, senza le dovute precisazioni in merito, anche a tutti i siti web con una ulteriore legge del 2003.

Censura

Come risultato pratico di tutto questo inutile legiferare il giudice siciliano ha condannato Ruta, che nella sua attività di indagine aveva già subito, dicono le associazioni Metro Olografix e PeaceLink, “diversi attentati” incluso l’incendio della propria auto. A causa dell’insufficienza della legge l’inettitudine dei funzionari di “giustizia” ha deciso che il blog di Ruta era un “prodotto editoriale”, e doveva essere sanzionato perché non rispettava le norme corrispondenti.

Il caso Ruta è solo l’ultimo di una serie di sequestri preventivi e oscuramenti inclusivi di quelli dei blogger Antonino Monteleone e Piero Ricca, colpevoli di aver pestato i piedi ai potenti e ai lacché dei potenti che hanno avuto gioco facile nell’utilizzare la legge per chiudere loro la bocca. Ora sia detto chiaramente: personalmente sono più interessato all’informatica e alla tecnologia che al resto, e non ho certo intenzione di trasformare Sir Arthur’s Den in un megafono di questioni politiche.

Però sono abituato a dire sempre la mia e soprattutto a non leccare il culo a nessuno, e se mi viene voglia di riportare un documento pubblico che mette in mostra quanto sia disgustosa la morale della cosiddetta “classe dirigente” italiana io voglio poterlo fare senza che qualche piccolo giudice troppo zelante possa avere gioco facile nel farmi fuori il sito.

Avere un server all’estero non rappresenta ovviamente uno scudo efficace contro ogni possibile intervento censorio nei miei confronti, però preferisco come detto non facilitare le cose a un potere giudiziario andato a male che, nella peggiore delle ipotesi è semplicemente ignorante della realtà e nella migliore, purtroppo, è il bersaglio quotidiano di un potere politico asservito alle manie megalomani e persecutorie di uno che è diventato ricco corrompendo giudici e servendosi delle sue amicizie politiche, finendo poi col fare il Primo Ministro italiano per ben 4 volte.

Silvio IV, imperatore italico

Silvio Berlusconi la considera un pò una pratica da sport, quella di bersagliare la magistratura e il potere giudiziario trasformando in questioni di stato quelli che sono solo fatti suoi personali, le inchieste che lo coinvolgono, le indagini sui suoi trascorsi economici e societari, sostenendo che sia una “emergenza democratica” il fatto che un giudice di Milano voglia processarlo per corruzione in atti giudiziari - avrebbe comprato una testimonianza a suo favore nell’ambito del famigerato caso Mills.

Uno sport-ossessione per cui Berlusconi è arrivato recentemente a presentare due proposte in Parlamento (potendo contare su una maggioranza schiacciante nelle due Camere dopo la vittoria alle ultime elezioni politiche) che mortificano il principio di uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge e donano a lui e ai suoi compari, ma soprattutto a lui in quanto Presidente del Consiglio dei Ministri l’impunita totale per un numero non precisabile di anni.

Silvio IV

Il Silvio Furioso sostiene che qualsiasi italiano, politico, giornalista, pubblico ministero lo accusi di essere un farabutto che da anni inquina la vita politica, sociale, economica, morale e anche solo l’aria dell’Italia è un “comunista”, uno che ce l’ha con lui, uno “politicizzato” contro i suoi legittimi interessi e il potere datogli dagli elettori che lo hanno scelto ancora una volta, fatto che nella sua profonda ignoranza dei principi democratici vale come salvacondotto per ogni porcheria fatta nel passato, nel presente e magari anche nel futuro.

Se però quelle stesse accuse gli vengono rivolte dal Financial Times, Berlusconi non può certo dare del “comunista” al quotidiano finanziario inglese di caratura internazionale. E il Financial Times, recentemente, ha ancora una volta sottolineato il ritorno di Berlusconi al potere come l’ennesima brutta avventura di un’Italia in declino costante (fonte: Il Blog di Beppe Grillo).

Tra i due fuochi

Ricapitolando la situazione è questa: se un blogger italiano parla troppo corre il rischio di finire sotto le mire della magistratura e dei giudici, che agiscono in rispetto di leggi antiquate e non più adatte alla società interconnessa e alla pervasività della Internet moderna. Quella stessa magistratura e potere giudiziario devono poi subire ogni giorno accuse, insulti, minacce o veri e propri avvertimenti in stile mafioso da Silvio IV l’imperatore italico, e dai galoppini che lo contornano senza far mostra di avere una volontà cerebrale propria.

In queste condizioni ci vuole davvero una faccia tosta, o un portafogli gonfio, per dire che l’Italia è ancora una grande democrazia occidentale. L’Italia è una fogna, e più passa il tempo più sembra una cloaca che raccoglie merda vecchia di anni. Io il mio server preferisco tenerlo lontano da quella cloaca, sperando che la puzza non raggiunga Chicago e che mi lasci lavorare in pace. Il rischio c’è sempre, ma io di certo non sono abituato a piegarmi a una realtà meschina che più meschina non si può.

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Commenti

3 Risposte a “L’Italia? Non è un paese per (vecchi) blogger”

  1. william maddler il 15 Agosto 2008 15:53

    Parole sante. Non sara` un caso se oltre ai server ed ai servizi sto pensando di “rilocare” all’estero anche me stesso e la mia famiglia.
    Tra soldati per strada e censura in rete (giusto per citare gli ultimi due casi) la voglia di partire e` sempre di piu`.


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  2. Nicolò il 18 Agosto 2008 11:56

    Mi viene da piangere…
    L’italia non è solo questo… non lasciamo rovinare un paese solo per dei fottutissimi politici che danno un immagine sporca del bel paese.

    L’Italia siamo prima di tutto noi, L’italia merita di essere migliore.


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  3. Ettore Ariotti il 19 Agosto 2008 14:56

    Vero, l’Italia siamo noi ma siamo noi che ci ostiniamo a chiamare _politici_ degli esseri ancorché umani che non sono interessati al bene del Paese ma solo al loro; siamo noi che ci ostiniamo a pensare democraticamente e ad agire per i nostri comodi.
    Mi associo a Giorgio Gaber, “La libertà è partecipazione”, diamoci da fare, a destra, a sinistra, in centro ma diamoci da fare, preferisco discutere con un avversario che soggiacere ai voleri di un nemico, potente solo x i soldi e x le _amicizie_ che può vantare. Viva L’Italia!


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